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Ariela Benigni, una vita per la ricerca

marzo 2018

«Quando ho deciso che avrei consacrato la mia esistenza alla ricerca? È stata la naturale conseguenza della passione per le materie scientifiche, che nutrivo sin da bambina. Chissà, forse è merito della scuola che frequentavo: ero iscritta alla Montessori; un metodo che si basa sul pragmatismo: esperimenti in laboratorio, pensiero logico-matematico, contatto ravvicinato con la natura». A parlare è una delle scienziate più citate nella letteratura mondiale: Ariela Benigni, classe 1955, bergamasca, unica donna ai vertici del Mario Negri (di cui è anche segretario scientifico).
Bizzarro come, nonostante lauree, PhD, esperienze all’estero e incarichi internazionali, individui come chiave di volta del proprio percorso quegli studi effettuati durante l’infanzia.
«Il nostro dovere nei confronti del bambino è gettare un raggio di luce. Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo», scriveva Maria Montessori. E la brillante carriera della dottoressa Benigni non è che la riprova di come quel raggio, alle volte, possa convertirsi in un abbagliante corpo celeste, intorno al quale finiranno col gravitare altrettanti menti illuminate: connesse non per salvare il mondo, ma quantomeno i malati nefrologici.
Al centro del sistema solare del Mario Negri di Bergamo - costellato da più di 200 ricercatori (due terzi di sesso femminile) - ci sono Ariela Benigni e Giuseppe Remuzzi: insieme fin dai primi anni Ottanta. «All’inizio eravamo una ventina e stavamo in una minuscola stanzetta degli Ospedali Riuniti di Bergamo, ribattezzata da noi  “gabbia metabolica”: era appena fuori dalle camere che ospitavano i pazienti in dialisi. Toccavamo quotidianamente con mano la loro sofferenza. Fu la scintilla che ci spinse a porci un obiettivo: contribuire a migliorare le loro condizioni di vita, applicando un approccio che oggi viene chiamato “medicina traslazionale” e prevede una totale sinergia tra medici e ricercatori, per promuovere miglioramenti nella prevenzione, nella diagnosi e nelle terapie».
La “gabbia metabolica”, però, era piccina: al punto di non permettere una reale espansione a questo metodo, ai tempi rivoluzionario. «Decidemmo di dividerci per un breve periodo: ognuno di noi voleva maturare esperienze all’estero. Al ritorno eravamo cresciuti, professionalmente e umanamente: nel 1984 aprimmo al Conventino una appendice orobica del Mario Negri (che a Milano esisteva dal 1963, ndr), dove siamo rimasti fino al 2010. Poi il trasloco al Kilometro Rosso, nel 2010, su una superficie ben più estesa (che misura 6000 mq, ndr)».
Quanti degli obiettivi di quel visionario team  di scienziati guidati dal prof. Remuzzi  si sono realizzati?
«Uno dei risultati più significativi di questa inedita collaborazione tra ricercatori clinici e di laboratorio è stato ridurre la necessità di dialisi nei pazienti con insufficienza renale: era il nostro sogno. Abbiamo scoperto che un farmaco usato per abbassare la pressione del sangue (riconducibile alla classe degli “ACE inibitori”) riusciva a proteggere anche il rene, facendo sì che la malattia non progredisse. Non solo: in alcuni casi, poteva  persino regredire. Un dato che ci ha permesso di ipotizzare che il rene potesse addirittura rigenerarsi. Questa intuizione ci ha portato a scoprire la presenza nel rene di cellule staminali che suddetti farmaci sono in grado di risvegliare, favorendo il riparo delle aree danneggiate. Il passo successivo è stato analizzare le staminali e studiare la strada per “costruire” un vero e proprio rene in laboratorio. Perché ad oggi il trapianto rimane un privilegio per pochi: ma chissà, tra cinque o dieci anni l’organo creato in laboratorio potrebbe diventare realtà per tutti i pazienti in lista d’attesa. La ricerca è un continuum: parti da un punto e arrivi a un altro, spesso inaspettato. Ora, grazie ai nostri studi, gli  ACE inibitori sono usati in tutto il mondo come farmaci d’elezione per la cura delle malattie nefrologiche. Una scoperta che ci è valsa la nomination allo European Inventor Award, nel 2017».
Che effetto fa essere annoverata tra le più importanti scienziate al mondo?
«Un tempo nemmeno si faceva caso a queste classifiche. Il nostro lavoro consiste nel produrre idee, risultati: e, se sono buoni, vengono pubblicati su riviste scientifiche ad alto  “Impact factor”, cioè le più lette e citate. Mi fa piacere, più che altro, che sia stato smantellato lo stereotipo che vuole le donne negate per le scienze: anni fa sostenne questa tesi persino Larry Summers, ex rettore di Harvard. Non è così. Il nostro cervello è diverso da quello maschile, le zone del cervello sono più interconnesse, il che vuol dire che possiamo mettere insieme stimoli e nozioni di natura diversa.
Al Mario Negri le quote rosa sono elevate. Pro e contro?
«Le donne sono per natura più studiose: forse perché in noi pesa il dover costantemente dimostrare di valere quanto gli uomini. Senz’altro, depone a nostro sfavore il retaggio culturale che ci vuole consacrate alla famiglia - compito non riconosciuto agli uomini -: una rotta che va invertita e si manifesta anche nelle differenze di retribuzione».
Come scongiurate la fuga di cervelli e, al contempo, cercate di attrarre ricercatori stranieri?
«La situazione italiana è drammatica: ogni anno lasciano il nostro Paese più di 30mila giovani. La fortuna del Mario Negri è essersi costruito una reputazione solida, in questi 33 anni di storia a Bergamo: merito delle numerose pubblicazioni e delle cure trovate, sia nell’ambito delle malattie rare, che in quello nefrologico. Nelle ultime due decadi sono passati da noi 300 ricercatori stranieri: penso che puntare alla qualità paghi».
Faticoso, invece, tenere a galla un istituto senza scopo di lucro, che non brevetta e non accetta più del 10% del proprio bilancio da una sola fonte.
«Senz’altro: il pro è che queste scelte ci hanno reso indipendenti da qualsiasi condizionamento. Siamo riusciti ad attirare risorse anche dall’estero, grazie al contributo di alcuni filantropi: penso a villa Camozzi, a Ranica, centro di ricerche cliniche per le malattie rare, reso possibile grazie al lascito della signora Daccò, di nazionalità svizzera. Negli Stati Uniti i benefici tributari per chi dona sono enormi, al punto che la gente è spronata a farlo. Qualche passo in avanti è stato fatto anche da noi, grazie alle agevolazioni fiscali che sono state introdotte per i donatori, siano essi aziende o privati, ma si può fare di più».
La dichiarazione dei redditi si avvicina: vuole rivolgere un appello ai nostri lettori?
«Venite a trovarci! Chi visita i nostri laboratori ha una reale percezione di quanto sia importante contribuire alla ricerca: la sola arma a nostra disposizione per guarire i malati e trattenere le menti più brillanti. Il cinque per mille è una risorsa importante per una fondazione come la nostra. In Germania il 3,5% del PIL viene investito in ricerca: in Italia, soltanto l’1,2%. Abbiamo il dovere, civico e morale, di trasformare la ricerca nel motore di questo Paese.
Per cinque anni è stata consulente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: nell’ultimo biennio l’OMS ha lanciato vari allarmi a fronte del calo della copertura vaccinale in Italia.
«Attraverso il decreto Lorenzin, per la prima volta nella storia di questo Paese, il Governo ha preso una decisione sentendo le ragioni della scienza: sui vaccini è stato fatto un enorme passo in avanti in termini di civiltà. Dimentichiamo che sotto i 5 anni il morbillo può essere mortale e che se la copertura vaccinale arriva all’85% - anziché al 95% - i rischi aumentano per tutti. Esistono categorie - penso ai bambini trapiantati, sottoposti a terapie per abbassare le difese immunitarie – che dobbiamo assolutamente tutelare. Lo Stato ha il dovere di proteggere i cittadini. Qualcuno urla alla mancanza di libertà personale? Lo stesso avvenne per la legge Sirchia sul fumo, che ha contribuito a rendere civile il nostro Paese. I vaccini attualmente in commercio sono sicuri, hanno rischi minimi: poi è ovvio che persino estrarre un dente può portare a delle complicazioni».
Cosa le ha dato lavorare per tutte queste decadi a fianco di Garattini e Remuzzi?
«Moltissimo. Il professor Garattini mi ha insegnato il rigore, il non scendere a compromessi - che possono derivare dai rapporti con l’industria-, il mettere in primo piano la salute degli ammalati. Del professor Remuzzi ammiro l’entusiasmo e quello sguardo lungimirante, rivolto verso l’innovazione, così come la capacità di prefissarsi obiettivi ambiziosi: non importa raggiungerli o meno, ma durante il percorso ci si imbatterà certamente in interessanti risultati». Rossella Martinelli

L’EVENTO
Un omaggio a Ennio Morricone, attraverso storie e musiche al femminile, per sostenere l’encomiabile lavoro del Mario Negri.
L’appuntamento - da segnare in agenda - è per giovedì 15 marzo al cinema Conca Verde di Longuelo: sul palco tre donne di successo, che ripercorreranno le loro sfolgoranti carriere moderate dal giornalista Max Pavan.
A prendere la parola saranno Ariela Benigni, segretario scientifico dell’istituto Mario Negri di Bergamo; Cristina Bombassei, amministratore delegato di Brembo; Oriella Dorella, étoile della Scala e ballerina di fama mondiale.
A seguire, il concerto dell’ensemble Le Muse: composto da strumentiste cresciute artisticamente nei principali Conservatori del Nord Italia e all’interno dello storico gruppo Rondò Veneziano.
Delizieranno i presenti con le più famose colonne sonore di Ennio Morricone, intervallate da spezzoni dei film da cui sono tratte.

Donazione minima: 20 euro. Per info: bergamo@marionegri.it; tel. 035/4213406
(con il sostegno di Martinelli Ginetto spa, Guido Berlucchi spa, Pavoni Italia, Bcc bergamasca e orobica).


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